Storie in Musica 3: American pie, quando la musica diventa generazionale
Scritto da Redazione Radio Bocconi il 8 Maggio 2025
Ci sono artisti che hanno firmato il grande libro della storia, offrendo ai posteri un bagaglio di opere destinate a durare millenni. Ci sono artisti che entrano nell’immaginario collettivo quando si parla di arte e di grandi maestri. Ci sono, insomma, Leonardo, Van Gogh e Picasso, o visto che parliamo di musica, i Beatles, Bob Dylan, De André e altri ancora. E poi ci sono tutti gli altri: chi non ce l’ha fatta, chi non è stato capito dal pubblico, chi, come una cometa, ha portato un fascio di luce sulla terra — come ad avvertirci che bisognava aggiungere un posto alla tavola dei grandi — ma che, dopo un istante, ha ripreso il suo viaggio nello spazio e ha scelto di illuminare altri pianeti. C’è, in un nome, Don McLean.
Don McLean non è certamente l’unico artista del ’900 che non è riuscito, nel corso della sua carriera, a replicare le meravigliose opere della sua giovinezza. Ho scelto però lui come protagonista del racconto di oggi perché riesce ancora a essere straordinariamente attuale. Don McLean ci offre uno sguardo vivido ancora nel ventunesimo secolo, a 54 anni di distanza, con il brano American Pie, il suo capolavoro giovanile: un brano rock degli anni ’70, lungo otto minuti, che racchiude una critica alla società americana del secondo dopoguerra, alla politica estera del bipolarismo, alla guerra.
Il brano ottenne un successo planetario: in un’epoca in cui sembrava sempre più necessario, per vendere, che le canzoni durassero due minuti, l’autore ebbe il coraggio di pubblicarne una da otto, che fa da introduzione all’omonimo disco — sicuramente il suo album più riuscito, anche grazie ad altre bellissime canzoni come Empty Chairs o Crossroads. Innumerevoli sono le cover di questo capolavoro, tra cui spicca quella di Madonna, realizzata nel 2000, che ottenne grande successo. Il testo è molto lungo e ricco di allusioni, non sempre di facile interpretazione. Dunque, non perdiamoci in ulteriori chiacchiere e addentriamoci in questa immensa critica al sogno americano.
Don McLean ha ventisei anni quando, il 19 ottobre 1971, pubblica American Pie, la cui copertina è già un messaggio: in primo piano, il pollice dell’autore sporco di impasto della torta, il cui ripieno è la bandiera a stelle e strisce. Il sarcasmo è percepibile fin da subito e si manifesta in modo evidente nella prima canzone. Don McLean voleva scrivere un brano che parlasse dell’America del secondo dopoguerra, degli anni ’50 e ’60: anni iniziati con grande speranza. Dopo la vittoria nella Seconda Guerra Mondiale, negli Stati Uniti si era diffusa l’idea che il futuro sarebbe stato radioso, dopo i duri anni della Crisi del ’29 e del conflitto. Il mito del progresso e la convinzione che il domani avrebbe portato giorni sempre migliori erano ormai entrati nell’immaginario collettivo. Sono gli anni della speranza, dell’ottimismo, del sogno americano.
Come spesso accade, però, chi promette paradisi probabilmente sta mentendo, e l’autore, crescendo, inizia a dubitare del sogno americano: sarà forse una grande bugia? Don McLean ha in mente gli omicidi di Kennedy e di Martin Luther King, le guerre di Corea prima e del Vietnam dopo, l’ipocrisia dell’Occidente.
L’evento che più di ogni altro ispirò l’autore nella stesura del pezzo fu the day the music died: con questa espressione ci si riferisce all’incidente aereo che, il 3 febbraio 1959, nei pressi di Mason City, costò la vita a tre giovani icone del rock ’n’ roll: Buddy Holly, The Big Bopper e Ritchie Valens. McLean parte da questo evento per costruire la sua narrazione. Leggeremo una strofa alla volta, per poi concludere con il celebre ritornello.
La canzone inizia con un pianoforte rock ‘n’ roll, volutamente fuori tempo, che accompagna i toni malinconici del cantautore newyorkese.
La prima strofa è autobiografica: Don McLean racconta di quando, da giovane, consegnava giornali e leggeva solo notizie drammatiche. Ricorda in particolare quel giorno di febbraio: McLean era un grande fan di The Big Bopper e rimase scioccato sapendo che era morto a soli 23 anni. La moglie apprese la notizia alla radio, rimanendo vedova in un’età ancora troppo giovane per tanta sofferenza.
Qualcosa lo toccò nel profondo, il giorno in cui “la musica morì”: questo motivo ricorre in tutta la canzone, e lo approfondiremo nelle strofe successive.
Sotto le pennate di un’energica chitarra acustica che detta il ritmo al pianoforte, l’autore ci pone una domanda: Did you write the Book of Love? Una domanda suggestiva e poetica, non di facile interpretazione: ci sta forse chiedendo se abbiamo davvero mai scritto un libro sull’amore? Io credo voglia farci riflettere su quanto ci siamo dimenticati dell’amore, lo abbiamo trascurato, e non abbiamo scritto nessun libro che ne parli davvero. Seguono poi diverse altre domande.
Don McLean è cresciuto in una famiglia molto cattolica, e lui stesso lo era, ma in gioventù inizia a porsi delle domande e a sviluppare un certo scetticismo verso la Bibbia e la parola di Dio: Did you write the Book of Love? / And do you have faith in God above?
Se la Bibbia ti chiedesse di credere nel rock ‘n’ roll, lo faresti? Può la musica salvare le nostre anime? Quelle che possono sembrare domande provocatorie, in realtà, ci raccontano ancora una volta l’età giovanile dell’autore: i dubbi sulla religione sono accompagnati da una crescente fiducia nella musica. Già nella prima strofa il cantautore diceva: And I knew if I had my chance / That I could make those people dance / And maybe they’d be happy for a while. Don McLean crede davvero che la musica possa essere una luce nei momenti più bui, un ramo a cui aggrapparsi quando la speranza si spegne, per poter tornare a ballare.
L’autore prosegue raccontandoci un episodio della sua adolescenza: si definisce un ragazzo solitario, innamorato di una ragazza il cui cuore è però già impegnato. La chiusura della seconda strofa richiama quella della prima: But I knew I was out of luck / The day the music died.
Arriviamo alla terza strofa: è passato del tempo, più precisamente dieci anni, e ora “il muschio cresce sulla pietra rotolante”. Questa metafora cita il celebre brano di Bob Dylan Like a Rolling Stone, dove l’immagine della pietra che rotola simboleggia la perdita delle certezze e lo smarrimento. Ora, però, la pietra è marchiata dal muschio, all’ombra del sole, come se non rotolasse più alla ricerca di sicurezze: si è arresa, e resta immobile nell’ombra.
A metà strofa, l’autore ci racconta di un giullare che rubò la corona al suo re. Numerose sono le interpretazioni di questi versi enigmatici: c’è chi sostiene che il giullare sia Bob Dylan, che ha “rubato la corona” a Elvis Presley, il re del rock. Altri invece interpretano il re come Cristo, privato della corona di spine da forze oscure, rappresentate dall’immagine del soldato, simbolo della violenza e del disincanto degli anni Sessanta.
And while Lennon read a book on Marx / The quartet practiced in the park / And we sang dirges in the dark / The day the music died.
Mclean scrive “Lenin”, ma pronuncia “Lennon”: il riferimento gioca sul doppio senso. L’influenza che Marx aveva avuto prima della guerra su figure come Lenin si riflette ora, in forma diversa, su John Lennon e su un’intera generazione, quella della beat generation e della controcultura. In questo passaggio, Don McLean sembra adottare un tono critico verso i giovani e i movimenti degli anni Sessanta: sono stati i primi a riconoscere i problemi del mondo, ma nemmeno loro sono riusciti a cambiarlo davvero. E anche questa strofa si chiude nel solito, doloroso refrain: The day the music died.
La quarta strofa è forse la più controversa e di difficile interpretazione dell’intero brano. Si apre con un’immagine di grande confusione durante un’estate afosa. Alcuni critici vi hanno visto un riferimento all’eccidio della famiglia Manson, che segnò profondamente l’immaginario collettivo americano. Ma più interessante è forse soffermarsi sul cuore della strofa: Don McLean utilizza la metafora di una partita di football per descrivere la repressione delle manifestazioni contro la guerra in Vietnam. “Ci siamo alzati tutti per ballare, ma non ne abbiamo avuto la possibilità.” Quando? The day the music died.
All’inizio della quinta strofa, l’autore canta: “We were all in one place, a generation lost in space, with no time left to start again.” È un chiaro riferimento agli anni della corsa allo spazio, segnati dalle imprese di Jurij Gagarin e Neil Armstrong. Ma dietro l’ammirazione per la conquista del cielo, McLean lascia trasparire un’amara riflessione: ci siamo persi nello spazio, dimenticandoci della Terra e dei suoi problemi. È un’ennesima, sottile critica alla direzione presa dalla società americana.
Nel prosieguo della strofa, fa la sua comparsa Satana. Non è chiaro se si tratti di una figura religiosa o simbolica: potrebbe rappresentare il male diffuso, oppure incarnare direttamente i nemici ideologici dell’autore – politici, guerrafondai, manipolatori. Don McLean dice di averlo visto sul palco, ridere di gioia the day the music died. È l’ennesima, potente immagine della disfatta di una generazione, che vede il trionfo del male nel momento in cui la musica – e con essa la speranza – si spegne.
Arriviamo infine alla sesta strofa, probabilmente una delle più intense e malinconiche dell’intero brano. Il tono si fa più rassegnato, quasi disilluso: qualcuno potrebbe definirlo eccessivamente pessimista, ma in realtà McLean ci restituisce con onestà il clima di smarrimento e sfiducia che aleggiava su un’intera generazione. L’autore torna idealmente a New Rochelle, il suo paese natale, dove da ragazzo vendeva giornali, e rievoca la prima strofa: era quella la musica che lo faceva sorridere. Ma ora la musica si è spenta. L’ultima ragazza che cantava il blues sorride amaramente a chi le chiede se ci siano buone notizie. Nelle strade i bambini urlano, gli innamorati piangono.
Il colpo di grazia arriva con l’immagine dei tre uomini che l’autore ammirava di più: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Ma anche loro lo hanno abbandonato, salendo sull’ultimo treno verso la costa. The day the music died. È un’immagine forte, apparentemente blasfema, ma che in realtà comunica la disperazione dell’autore: anche il sacro, ormai, sembra impotente di fronte al caos del mondo moderno.
The day the music died è il filo conduttore che attraversa tutto il brano. Non si riferisce solo al 3 febbraio 1959 – la data in cui persero la vita Buddy Holly, Ritchie Valens e The Big Bopper – ma è una metafora ricorrente, un simbolo del progressivo declino di valori, sogni e speranze. La musica è morta quando il giullare ha rubato la corona al re, quando l’estate è diventata afosa e violenta, quando Satana è salito sul palco. Ma forse non tutto è perduto.
Pochi sanno che McLean aveva scritto altri versi, che non furono mai inclusi nella versione ufficiale della canzone. In quelle righe finali, c’è uno spiraglio di luce. Non un sogno consumista, né una speranza vuota, ma un sogno sincero, spirituale, radicato nella convinzione che la musica – se le si restituisce il suo vero significato – può ancora far rinascere l’animo umano:
And there I stood alone and afraid /
I dropped to my knees and there I prayed /
And I promised him everything I could give /
If only he would make the music live /
And the music was reborn.
Prima di chiudere, è impossibile non soffermarsi sul ritornello, il cuore pulsante di American Pie. Negli Stati Uniti esiste un detto: “There’s nothing more American than apple pie.” Don McLean gioca proprio con questo simbolo dell’identità americana, affiancandolo ad altri stereotipi nazionali: guidava la sua Chevrolet fino al confine, mentre i “bei vecchi ragazzi” bevevano whisky di segale. Sono immagini potenti, che evocano una certa idea di America – quella raccontata nei film, nei sogni del dopoguerra, esportata nel mondo come modello di libertà e successo. Ma siamo davvero orgogliosi di tutto questo? O sappiamo, in fondo, che potremmo essere anche noi i protagonisti del giorno in cui tutto crollerà?
American Pie è la dimostrazione di quanto la musica possa farsi portavoce di un’intera epoca. Le critiche al consumismo, alla politica, alla disillusione giovanile sono profonde, a volte celate da metafore e allegorie, ma capaci di colpire con precisione. La forza della canzone non sta solo nella sua struttura musicale innovativa, ma soprattutto nel testo, che ha saputo dare voce a una generazione in crisi – e che, con inquietante attualità, continua a parlarci ancora oggi.
In tempi di tensioni globali, disordini politici e guerre che non accennano a fermarsi, American Pie ci ricorda che anche nel disincanto più cupo si può trovare rifugio nella musica.
Bye bye, Miss American Pie.
Giulio Bichiri
Opinione dei lettori
Commenti chiusi.
Coy Kihn Di 9 Maggio 2025 alle 9:25
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