DIGGER – OVVERO: COME HO IMPARATO A RIDERE DI UNA FINE (FORSE) GIÁ SCRITTA
Scritto da Redazione Radio Bocconi il 13 Ottobre 2026
Digger è già un caso in tutto il mondo. Se ne sta parlando moltissimo, e non soltanto per il valore del film in sé, quanto più per discutere di quello che molto probabilmente sarà uno dei flop al botteghino più clamorosi degli ultimi anni. Le motivazioni di questo disastro preannunciato sono varie: c’è chi ritiene che il colpevole dell’insuccesso sia un cattivo marketing – a mio parere geniale –, chi sostiene che la ragione sia da ricercare nel film stesso – per me uno tra i più interessanti degli ultimi anni – e chi ancora pensa che Iñárritu abbia calcato troppo la mano, caricando la sua ultima opera di una complessità eccessiva che non tutti apprezzano o sono pronti a sopportare, respingendo così la gran parte del pubblico – vero, ma per ragioni indispensabili.
Che piaccia o meno, Digger è un’opera che è destinata a far discutere. E anche se molti lo affossano, altri lo ritengono al limite del capolavoro, sostenendo ci troviamo di fronte a uno di quei film che verrà compreso e rivalutato soltanto in futuro, un po’ come in passato è accaduto a film diventati di culto, tra cui Il grande Lebowski.
DIGGER: DI COSA SI TRATTA?
Il film nato dalla collaborazione tra Iñárritu e Tom Cruise è un’opera fortemente politica. Non per caso c’è chi ritiene che Digger possa, da un punto di vista tematico e strutturale, essere considerato in lineare continuità con due dei lungometraggi più belli del 2025: Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson e Eddington di Ari Aster.
Una Battaglia dopo l’altra, da considerarsi già a tutti gli effetti uno dei film più riusciti di questo decennio, è una storia che parla di opposizione, ma che pone anche domande e, in certi casi, addirittura critiche all’idea stessa di militanza e resistenza. Eddington, forse troppo poco stimato e considerato, è innegabilmente una delle descrizioni visive più riuscite della società americana odierna, delle problematiche che la affliggono e delle ferite lasciategli dalla pandemia. Ciò che accomuna queste due splendide pellicole all’ultimo lavoro di Iñárritu, è che tutte e tre le opere realizzano e consegnano il proprio messaggio attraverso un tono fortemente satirico che a volte, specialmente nel caso di Digger, sfocia perfino nel grottesco.
Tom Cruise interpreta Digger Rockwell, rozzo magnate del petrolio, che si contraddistingue, tra le altre cose, per il suo carattere arrogante e tracotante: il protagonista perfetto, sin da questa prima descrizione, per una complessa satira che lo vede impegnato a porre rimedio a tutti i disastri che la sua stessa azienda ha provocato. La storia propone un Cruise, come non lo abbiamo mai visto, completamente stravolto nel look, ma che, proprio come negli action movie che tanto lo hanno reso celebre, è chiamato a “salvare il pianeta”.
IL FILM
Proprio recentemente Iñárritu ha dichiarato: «Un volto ti dice chi è un personaggio. Una stanza ti spiega perché è così». Che dire… Digger è esattamente il frutto di questa idea. Fin dai primi minuti, la pellicola è un continuo alternarsi tra primi piani, che ci fanno fare la conoscenza di un uomo dal viso segnato e grezzo, un arrogante dal forte accento texano, e campi larghi, spesso larghissimi, che fanno luce sulla sua personalità, mostrandoci stanze e luoghi zeppi di dettagli che raccontano il perché di Digger Rockwell. Si tratta di scenografie davvero spettacolari: penso alla camera da letto e in generale alla sfarzosa casa del protagonista, ma anche al Parlamento europeo in cui Cruise regala uno dei momenti più alti della sua carriera.
In questa sequenza, una delle più riuscite del film, Tom Cruisce fa suo un monologo lungo e complesso in cui è racchiusa l’intera essenza del film. Digger non è un film che cerca di addossare la colpa a pochi, ma ci costringe a compiere un personale esame di coscienza: siamo tutti vittime, ma soprattutto siamo tutti colpevoli.
Siamo di fronte a un’opera barocca, ricca, quasi straripante, e questo dettaglio non emerge solo a livello visivo, ma anche narrativo. Digger toglie tutte le certezze allo spettatore, lo rende incapace di prevedere la prossima scena e lo fa tradendo sé stesso e non solo una volta, continuamente. Inizialmente, infatti, il film si presenta esattamente nel modo in cui ti ha promesso nel momento in cui, dopo aver visto il trailer, hai deciso di acquistare un biglietto per la prima proiezione in programma. Dopo circa trenta minuti però avviene la prima “trasformazione”: il film tradisce la sua stessa natura, rendendosi così una visione davvero faticosa fino a che, capita nuovamente la direzione intrapresa dal regista, non si cerca forzatamente di tornare in quella situazione di “prevedibile linearità”. Eppure, non sarà mai possibile raggiungerla perché è la stessa pellicola a impedirlo, continuando a trasformarsi, mostrandosi come frammentata, e impegnandosi al massimo per assicurarsi di respingerti ancora e ancora, mantenendo così un’atmosfera tesa che si scioglierà soltanto nei minuti finali. Un film, insomma, ricchissimo di colpi di scena e simbolismi.
Per quel che riguarda invece la regia, ci troviamo di fronte a un’opera semplicemente geniale, un lavoro che nel bene o nel male può profondamente influenzare la produzione cinematografica dei prossimi anni. L’intera pellicola può quasi essere descritta come un “duetto”, in cui Tom Cruise è chiamato a danzare con la cinepresa e con i movimenti di macchina ideati da Iñárritu. A impreziosire il tutto è poi la fotografia, ad opera di Lubezki, che ha già collaborato con Iñárritu in Birdman e Revenant, e che qui riesce perfettamente ad affiancare la natura di satira iperbolica, ambiziosa e massimalista del film.
In ultimo, è da sottolineare il tono assurdamente teatrale del lungometraggio, che non scade però mai nell’eccessivamente caricaturale o, peggio, nel macchiettismo. È forse questo il tratto più geniale della sceneggiatura di Digger: personaggi come quello del magnate del petrolio o del presidente degli Stati Uniti sono del tutto credibili, forse proprio perché – ahinoi – non troppo distanti dalla triste realtà del nostro mondo. In ogni caso, la loro credibilità non è solo dovuta alla loro fenomenale scrittura, ma anche alla performance di tutti gli interpreti. Come già detto, in questo film, troviamo un Tom Cruise in stato di grazia, ma ad accompagnarlo ci sono anche un esilarante John Goodman, un Riz Ahmed che spesso nelle scene a due riesce addirittura a tenere testa allo stesso Cruise, una Sandra Hüller perfettamente calata nella sua parte ed ancora un Jesse Plemons imprescindibile, che sembra avere un ruolo marginale, ma che nelle ultime fasi diventa essenziale per comprendere il senso dell’opera e la sua riflessione sulla satira.
DIGGER: COSA CI DICE DEL NOSTRO TEMPO?
Digger è complesso, intricato, quasi nevrotico. Quando finisce, però, lascia nello spettatore una grande inquietudine. È una freccia scoccata in pieno petto a chi guarda. In Digger vengono descritti un mondo ed una società del tutto assurdi e che risultano essere esilaranti, ogni situazione è incredibilmente divertente e comica, ma si tratta di una comicità davvero dolorosa.
Spesso oggi il concetto di “black humour” viene frainteso, capita infatti che questa espressione sia usata in modo improprio e finisca per giustificare battutacce o gag che non sono di umorismo “nero“, ma semplicemente di pessimo gusto. Qui, invece, l’umorismo nero funziona davvero: una scena strappa un sorriso, magari una risata, e subito dopo ci costringe a domandarci di che cosa abbiamo riso.
Alcune delle frasi pronunciate da Digger sono delle vere e proprie coltellate:
«Perché non la facciamo finita con le trivellazioni. Beh, la risposta è semplice. Perché non volete che io lo faccia! Perché ognuna delle nostre grandi nazioni e ognuno di voi, vuole guidare con il carburante più economico. Volete luci, riscaldamento e aria condizionata accesi. Volete la consegna in due giorni di roba che non vi serve. Volete energia, energia per chiedere all’IA di risolvere gli stessi identici disastri che sta alimentando».
Altre frasi ancora sono la tanto semplice quanto triste verità della nostra società: «le parole sono percezione. E la percezione è realtà». Quest’ultima frase in particolare è straordinariamente efficace: riesce perfettamente a dimostrare come nel film, così come nelle nostre vite, ciò che importa non è l’effettiva realtà dei fatti, quanto più il potere di controllarne la narrazione.
Ciò che colpisce nel film, però, non è solo quanto viene detto, ma anche ciò che viene mostrato. Penso alla scena in cui il presidente degli Stati Uniti, interpretato da John Goodman, è circondato dai suoi consiglieri, da altri uomini di potere e da un pastore religioso. Tutti gli posano le mani sulle spalle e pregano insieme. Un’immagine che ricorda qualcosa di fin troppo familiare e mette in luce l’ipocrisia collettiva e l’uso della fede come strumento di legittimazione del potere.
A riflessioni così catastrofiche non poteva che seguire un finale altrettanto doloroso. Per tutto il film sembra esserci una possibilità, una piccola speranza a cui aggrapparsi; negli ultimi minuti, però, anche quel barlume si spegne. Perfino Digger, che sentiamo ripetere più volte «io ho fede», perde la fiducia che lo aveva sostenuto fino a quel momento.
E si arriva così al gran finale in cui (ATTENZIONE SPOILER!), il nostro inarrestabile tycoon, sfinito e probabilmente per la prima volta “umano”, o forse meglio “non umano”, cesserà di lottare e lascerà finalmente andare la sua gatta “Maggie”, che è qui una chiara metafora del nostro pianeta che è ormai morente agli occhi di tutti, tranne che a quelli dello stesso Digger. Un finale che non lascia scampo, neanche a chi vorrebbe voltarsi e guardare altrove.
«Quando tutto va a rotoli, colpiscili con la verità. Con la dura verità!»
Che dire caro Iñárritu, se volevi colpirci ci sei proprio riuscito!