Leon Faun, Fase REM: svegliarsi senza tradire il sogno

Scritto da il 22 Maggio 2026

Leon Faun è sempre stato un artista di soglia. Da una parte il rap, dall’altra la fiaba; da una parte la confessione personale, dall’altra il bisogno di mascherarla dentro mondi, personaggi, visioni. All’inizio della sua carriera aveva raccontato di essere stato influenzato da fantasy e cinema, perché gli davano accesso a “un altro mondo”, quasi una Terabithia personale. Poi, con LEON, aveva provato a svuotare la scenografia: meno Mairon, meno allegoria, più carne viva. In quell’occasione aveva definito il disco il suo lavoro “più umano”, nato dall’esigenza di scrivere in modo più sincero.
Fase REM arriva esattamente dopo quella frattura. Non è un semplice ritorno al vecchio Leon Faun, e non è nemmeno una prosecuzione lineare di LEON. È piuttosto un disco di mezzo, una zona di dormiveglia in cui il sogno torna, ma non più come fuga decorativa: torna come linguaggio per parlare della realtà, dei blocchi, della fatica di cambiare e del desiderio, mai del tutto pacificato, di restare fedeli a ciò che si è stati.
Il titolo dichiara già il campo di battaglia. La fase REM è il momento del sonno in cui i sogni si fanno più vivi, ma anche una zona instabile, a metà tra incubo e risveglio. Le anticipazioni ufficiali descrivono l’album proprio come un viaggio tra inconscio, dormiveglia e ritorno alla realtà, e mai definizione è sembrata meno promozionale e più aderente al disco.
L’apertura con “Polvere da sparo” è una presa di coscienza. Leon parla di “quel guasto” senza specificarlo davvero, e proprio questa ambiguità funziona: il guasto sembra insieme personale, creativo, emotivo. È un inceppamento nominato ma non spiegato, abbastanza concreto da sembrare biografico e abbastanza vago da diventare metafora. Il brano, già uscito come singolo, mantiene anche dentro l’album la sua funzione di soglia: non presenta solo un ritorno, ma una condizione. Leon non rientra in scena trionfante, ci rientra ammaccato, con la polvere addosso e una nuova urgenza di capire dove si trovi.
La prima parte del disco è quella più rap, più appoggiata ai beat, più frammentata. “Sayonara” e “Due ore” contribuiscono all’atmosfera, ma sono anche i momenti meno incisivi: funzionano come passaggi, più che come veri punti di svolta. In “Sayonara” il suono avvolge, quasi provenisse da più direzioni, creando una sensazione da trip controllato; il testo però rimane spezzato, a tratti sfuggente. “Due ore” conferma invece una tendenza evidente di questa prima metà: meno canzone in senso classico, più traccia su beat, più flusso che ritornello memorabile.
“Mon amour”, altro singolo, prosegue il filone più relazionale e introspettivo già presente in LEON. Leon parla direttamente a qualcuno, usando un lessico emotivo che gli appartiene da tempo: mood, vibe, rapporti, distanza. È coerente, riconoscibile, ma anche meno sorprendente.
A rompere davvero la superficie arriva “Network”, il brano con Sick Luke. La collaborazione non è casuale: già ai tempi di C’era una volta, Sick Luke era tra i produttori coinvolti nel percorso di Leon Faun, in una fase in cui il suo immaginario fantasy-rap veniva codificato e insieme superato. Qui il suono si fa più duro, più immediato, più fisico. Non è forse il momento narrativamente più profondo dell’album, ma è uno dei più efficaci: ha presa, riconoscibilità, potenziale da singolo, e mostra un Leon Faun capace di stare dentro un’estetica urban più diretta senza perdere del tutto la propria impronta.
Il cuore emotivo, però, arriva con “Scissione”. È il brano in cui il disco sembra riaprire davvero la porta sul mondo antico di Leon Faun. Il pianoforte crea una tensione fragile, quasi fiabesca, mentre il testo torna a parlare di rabbia, frattura, identità. Qui sogno e realtà non si escludono: si disturbano a vicenda. È forse il punto in cui le due anime del disco, quella visionaria e quella più rap, trovano l’incastro migliore. Non c’è nostalgia sterile per C’era una volta, ma un tentativo più interessante: recuperare quel linguaggio senza rifugiarsi completamente dentro di esso.
“Buia melodia” funziona sia come singolo sia nel percorso dell’album. Sta nella zona più rap del progetto, ma conserva abbastanza riconoscibilità melodica e immaginifica da non sembrare un corpo estraneo. Non è il brano più eclatante, ma è utile: tiene insieme immediatezza e identità, superficie e atmosfera.
La vera cerniera narrativa è “Il risveglio”, traccia parlata che continua il dialogo anticipato nel teaser di “Polvere da sparo”. Qui l’album smette per un attimo di comportarsi come una sequenza di canzoni e diventa racconto. Leon dialoga con un altro personaggio, torna il rapporto con Mairon, tornano i sogni, il cambiamento, il desiderio di fuggire da qualcosa che però ti appartiene, o a cui forse appartieni ancora. È un passaggio importante perché chiarisce il senso più profondo del disco: Fase REM non parla solo del sogno, ma del problema di svegliarsi. E svegliarsi, per Leon Faun, significa chiedersi cosa salvare del proprio immaginario e cosa invece lasciare andare.
Da qui in poi l’album cambia pelle. È quasi costruito come un vinile, con un lato A più rap, nervoso e immediato, e un lato B più narrativo, cantato, aperto. “Niente da Far West” è l’esempio più curioso di questa svolta: sulla carta potrebbe sembrare una deviazione country, quasi nonsense, ma dopo “Il risveglio” trova il suo posto. È una stranezza che ha senso proprio perché il disco ha iniziato a dichiararsi come spazio di finzione. In un momento in cui molti album sembrano raccolte di singoli ordinate dall’algoritmo, Leon Faun prova a difendere l’album come luogo di deviazione, racconto e immaginazione.
“Morti d’amore” sposta ancora il baricentro, con un’apertura che sfiora certe morbidezze indie e un ritornello più pop, sostenuto anche dalla chitarra. È un brano piacevole, ma fa emergere un limite ricorrente della scrittura di Leon: alcune immagini e alcune formule tornano con tale frequenza da rischiare l’autocitazione involontaria. Non è un difetto devastante, perché fa parte del suo vocabolario, ma in un album così concentrato sull’evoluzione si sente quando il linguaggio torna su se stesso.
Nella seconda metà la voce di Leon appare più cantata e, paradossalmente, più sicura. Se nella prima parte sembra incastrarsi nei beat, qui prende più spazio, si apre, accetta una dimensione più emotiva. “Ancora”, nella versione ascoltata, sembra muoversi proprio in questa direzione, con una chitarra elettrica che cambia la temperatura del disco e richiama certe aperture rock già sperimentate in LEON. Non a caso, parlando di quel disco, Leon aveva citato brani dall’anima più rockeggiante ed energica, segno che quella traiettoria non era episodica.
“Ultimi secondi” recupera invece una vena più mistica: il beat basso, distante, sembra arrivare da un luogo lontano, mentre i cori aprono uno spazio quasi rituale. Qui il fantasy non torna come ambientazione vera e propria, ma come eco. È uno degli aspetti più riusciti di Fase REM: Leon non prova a rifare il proprio passato, lo lascia riaffiorare come una lingua dimenticata che ogni tanto torna in bocca.
La title track chiude il percorso alternando dolcezza e resa dei conti. “Fase rem” comincia come una canzone fragile, quasi leggera, poi lascia entrare un rap più diretto, autobiografico, in cui Leon ripercorre la propria storia recente. È una chiusura coerente con il progetto: non un’esplosione, ma un ritorno alla coscienza. Come se il disco, dopo aver attraversato sogno, guasto, fuga e appartenenza, non volesse offrire una soluzione definitiva, ma almeno una forma.
Fase REM non è forse il lavoro più compatto di Leon Faun, né quello in cui ogni traccia colpisce allo stesso modo. Alcuni momenti sono più riusciti di altri, e la prima parte ha qualche passaggio meno necessario. Ma il disco cresce quando viene ascoltato per intero. È lì che la sua struttura si rivela: un viaggio in due movimenti, dal rap al canto, dal blocco al risveglio, dal personaggio alla persona e ritorno.
Leon Faun aveva detto a Rockol che “l’arte ha bisogno di tempo”, parlando della necessità di crescere, metabolizzare, sperimentare. Fase REM sembra nascere proprio da quel tempo: non sempre perfetto, non sempre lineare, ma riconoscibile, vivo, ancora disposto a credere che un album possa essere più di una playlist. E oggi, in mezzo a tanta musica che corre senza sognare, questa ostinazione ha un valore.


Opinione dei lettori

Rispondi


[non ci sono stazioni radio in archivio]

Scopri di più da Radio Bocconi

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere

Radio Bocconi Cover
LIVE NOW
In Onda Ora
Streaming Live