Sessione, caldo, e nostalgia: 5 capolavori per distrarsi prima dell’inizio dell’estate
Scritto da Redazione Radio Bocconi il 1 Luglio 2026
L’anno accademico è quasi finito, inizia a fare sempre più caldo e gli esami non vogliono saperne di terminare. Il clima estivo di Milano ci ricorda quanto vorremmo essere sdraiati su un lettino a prendere il sole, anziché cuocere in biblioteca, e al contempo ci trasmette un senso di nostalgia nel vedere un altro anno della nostra giovane vita universitaria passare così velocemente.
Insomma, il carico emotivo è certamente alto e tutti noi abbiamo bisogno di distrarci un po’. Credo però di aver trovato il modo giusto per farvelo fare: ho scelto cinque dischi, appartenenti a generi ed epoche completamente diversi, che considero autentici capolavori e che consiglio a chiunque di ascoltare almeno una volta.
Prendete questo articolo soprattutto come un saluto e un ringraziamento a tutti coloro che hanno letto gli articoli della redazione di Radio Bocconi durante l’anno accademico 2025/2026.
Una precisazione è necessaria: cinque dischi sono decisamente troppo pochi. Era impossibile limitarsi a scegliere soltanto cinque album da ascoltare. Per questo motivo ho adottato un criterio particolare: ho estratto a sorte cinque titoli tra i primi cinquanta album della classifica di Rate Your Music, il celebre sito di recensioni musicali basato sulle valutazioni degli utenti.
Il primo disco che ho scelto è un album relativamente recente, uscito solo dieci anni fa: sto parlando di Blonde di Frank Ocean, collocato alla quarantaseiesima posizione.
Molti di voi conosceranno questo capolavoro del neo-R&B grazie al planetario successo di singoli come Pink + White o Nights. Stiamo parlando di un disco che ha segnato come poche opere la musica di questo secolo.
Il cantautore californiano, dopo il successo del suo primo disco Channel Orange, avrebbe potuto seguire un percorso classico, che lo avrebbe portato a cantare in falsetto su synth e strumentali blues. La scelta dell’autore è totalmente opposta: Ocean, circondato da un team di produzione incredibile – tra Kanye West e Paul McCartney – utilizza riff di chitarra elettrica sporchi, una voce soffiata, quasi soffocata, batterie quasi assenti.
Testi estremamente personali e profondi si fondono a strutture non convenzionali e scelte sperimentali che danno vita a un disco stupendo. La canzone che amo di più è forse Self Control, perché in quattro minuti racconta un disco intero: è intima, ma senza mai essere drammatica, non cresce, rimane lì, aspetta l’ascoltatore, senza essere strappalacrime, ma emozionando sempre molto.
Se da Blonde sono passati dieci anni, da Songs in the Key of Life di Stevie Wonder è passato mezzo secolo. Il disco soul più bello di sempre, alla ventiseiesima posizione, è ancora oggi un’esperienza di ascolto modernissima e ancora attualissima. Negli anni ‘70 Stevie Wonder è tra le popstar più venerate del pianeta. Dopo Innervisions e Fullfillngness’ First Finale, il pianista cieco sembra aver dato tutto alla musica; poi nasce Songs in the Key of Life. Due ore di long play che non si disperde mai.
Musicalmente è una sintesi impressionante: Stevie Wonder prende soul, funk, jazz, pop e gospel e li fonde in qualcosa che suona naturale, inevitabile. Non senti mai il collage: senti un linguaggio unico.
Brani come I Wish o Sir Duke hanno un’energia ritmica travolgente, ma sono costruiti con una raffinatezza armonica enorme. As è praticamente una dichiarazione d’amore infinita, che si espande per minuti senza perdere tensione. Isn’t She Lovely trasforma un momento privato – la nascita della figlia – in qualcosa di universale senza risultare banale.
Un altro aspetto fondamentale è la produzione. Siamo nel 1976, ma il disco suona ancora vivo perché Stevie usa la tecnologia – sintetizzatori e arrangiamenti complessi – per creare un’opera di quasi due ore, semplicemente incredibile.
Al dodicesimo posto si piazza Remain in Light dei Talking Heads, del 1980. Quando Brian Eno, celebre produttore musicale, incontra per la prima volta il frontman della band David Byrne, i Talking Heads sono un gruppo prettamente anni ‘70: sono tra i protagonisti della nuova scena new wave che ha stravolto il punk insieme a gruppi come i The Clash.
Questi ultimi nel 1979 pubblicano il loro capolavoro London Calling, che sembra essere un punto di arrivo definitivo nel punk, ed Eno questo lo ha capito bene. Fa ascoltare a Byrne le composizioni di quindici/venti minuti di Fela Kuti, celebre musicista nigeriano, e i due si innamorano della musica africana.
Non è un caso che Remain in Light esca proprio il primo anno del nuovo decennio. Negli anni ‘80 il punk non esiste più, o almeno non può più esistere come lo abbiamo sempre conosciuto. David Byrne abbandona la struttura convenzionale chitarra-basso-batteria e insieme a Brian Eno compie un’autentica rivoluzione.
In Remain in Light la voce perde centralità nel senso classico: Byrne non è più il narratore che ti guida, ma una voce tra le altre, spesso frammentata.
L’uso dello studio come strumento, la costruzione dei brani tramite loop e sovraincisioni, l’idea di partire dal ritmo anziché dalla melodia: tutte cose che diventeranno fondamentali per decenni di musica successivi. Ad oggi, la musica house deve tanto a questo album, così come il funk, il groove e l’hip hop: c’è un mondo intero dietro a questo capolavoro senza tempo.
Con la seconda posizione entriamo tra le pietre miliari della storia della musica. OK Computer dei Radiohead del 1997 non è un disco qualsiasi. Nel 1997 Internet sta entrando nella vita quotidiana, il capitalismo globale accelera, la tecnologia promette connessione ma produce anche isolamento, e la cultura occidentale sta diventando sempre più impersonale. OK Computer intercetta tutto questo senza mai parlarne in modo didascalico.
Non è un manifesto politico: è un’esperienza psicologica.
La grandezza del disco parte proprio da qui: le canzoni sembrano parlare di macchine, aeroporti, automobili, computer, pubblicità, ma in realtà parlano di esseri umani che stanno perdendo il contatto con sé stessi.
Airbag apre il disco e Thom Yorke canta di un incidente d’auto da cui una persona sopravvive grazie all’airbag. La tecnologia salva la vita, ma ti cambia dentro, i toni sono ambigui, ma è solo l’inizio. Poi arriva Paranoid Android, un brano che ha dentro di sé mille vite, emozioni diverse espresse con arrangiamenti diversi. È caotica, ma in tutti i suoi atti è altissima, schizofrenica e al contempo disconnessa.
Let Down è forse l’esempio più bello di questa poetica. Il testo parla di sentirsi svuotati, schiacciati dalla routine e dalle infrastrutture della modernità (“transport, motorways and tramlines”). È una canzone straziante: racconta cosa significa sentirsi schiacciati come insetti. Eppure è proprio lì che la band inglese vuole dare un messaggio di speranza nel bridge, che è probabilmente il momento più emozionante e catartico dell’intero disco.
No Surprises è ancora più devastante proprio perché suona dolce. La melodia del carillon nasconde un desiderio di tranquillità e totale assenza dalla frenesia: una vita senza dolore, senza sorprese, senza intensità. Questo effetto – divenuto probabilmente il momento più noto e celebre dell’intera carriera dei Radiohead – è una masterclass a livello di arrangiamento e creatività.
E infine The Tourist, che chiude il disco con una frase semplicissima: “Hey man, slow down.” È un finale perfetto perché, dopo un’ora di sovraccarico emotivo, il disco non offre una soluzione filosofica, ma solo un invito umano a rallentare.
OK Computer è probabilmente il disco più attuale che possiate ascoltare in questa epoca, a quasi trent’anni di distanza dall’uscita e ad aumentare la sua fama sono anche la sperimentazione, le scelte di produzione, il contesto musicale in cui è uscito, la rottura e decine e decine di altri motivi. Proprio per questo OK Computer è considerato da moltissimi il più grande disco di sempre, e forse, per quanto possa valere, anche da me.
Alla prima posizione, il miglior disco di sempre secondo gli utenti di Rate Your Music è To Pimp a Butterflydi Kendrick Lamar del 2015. Molti puristi forse storceranno il naso: un disco hip hop/rap alla prima posizione? La risposta è sì e, vi dirò di più, a mio avviso è una scelta validissima.
Oggi ho voluto consigliarvi cinque classici che ritengo album meravigliosi, ma vi dico la verità: io non so quale sia il disco migliore di sempre. Una cosa però la so: vi sono capolavori che sono tali perché sono opere ineccepibilmente meravigliose, stupende, opere senza tempo che mettono la loro firma nella storia. Vi sono capolavori, invece, che lo sono perché rimangono, perché, grazie alla loro grandezza, hanno cambiato le regole del gioco.
To Pimp a Butterfly è una lucida analisi sul crollo del sogno americano, un poema politico, raccontato tramite frammenti della vita di Kendrick, una narrazione tutt’altro che lineare, che procede su beat di jazz-hip hop sperimentale.
Potremmo parlare di tutto il mondo che c’è dietro a questo disco per ore, ma voglio focalizzarmi su un altro aspetto: perché dico che To Pimp a Butterfly è un disco che rimane? Perché ha stravolto le carte in tavola.
Nel 2015 il rap era un genere ancora malvisto dalla critica più tradizionale. La critica, amante dei TalkingHeads o dei Radiohead, non aveva accettato il successo che l’hip hop aveva raggiunto negli anni ‘90 con album come Illmatic di Nas o Enter the Wu-Tang dei Wu-Tang Clan.
Il rap sembrava un genere basso, popolare, destinato a rimanere confinato alle periferie. Il mondo non era pronto all’esplosione del genere nemmeno negli anni 2000: il fenomeno Kanye West appariva come un’eccezione, la cui grandezza era dovuta soprattutto alle produzioni di altissimo livello.
Nel 2015 Kendrick Lamar ha consegnato l’udito a tanti sordi.
La grandezza musicale di questo disco è stata l’evidenza che l’hip hop era oramai da decenni pronto a fare il grande salto, a entrare nelle classifiche e a diventare un genere colto, fatto soprattutto di opere d’arte, piuttosto che di frasi parlate su un beat.
To Pimp a Butterfly ha lavorato nel passato come nell’avvenire: i critici hanno iniziato a riconoscere il valore artistico del rap, recuperando opere passate e rivalutandole. Kendrick ha preso un genere popolare e lo ha reso prettamente pop.
Oggi il rap è il genere più ascoltato sulla terra, e chiaramente questo porta con sé aspetti positivi e negativi. Ciò non toglie che oggi i ragazzini sognano di diventare rapper e la musica hip hop, nelle province, è spesso uno strumento per dare un senso alle proprie vite, e tanti meriti di ciò vanno riconosciuti al lavoro incredibile fatto 11 anni fa con To Pimp a Butterfly.
Kendrick si sente come una farfalla, a butterfly, bellissima e dolce, ma che, come tutte cose belle e innocue, viene sfruttata, corrotta, consumata, to pimp, in questo mondo ostile.
Ringrazio ancora una volta tutto il team di Radio Bocconi, che lavora con me ogni giorno, e i giornalisti della redazione, che nel corso dell’anno hanno svolto un lavoro straordinario, pubblicando contenuti con costanza settimana dopo settimana.
Questa era la mia ultima pubblicazione per quest’anno accademico. Vi auguro una splendida estate e vi ringrazio per averci letto e seguito durante questi mesi.
Giulio Bichiri