OSCAR 2025: NON SOLO PAUL THOMAS ANDERSON, IL VERO VINCITORE È L’HORROR.

Scritto da il 24 Marzo 2026

La notte degli Oscar ha fatto definitivamente calare il sipario su quello che è stato un anno sicuramente molto interessante per il cinema. Un anno fatto di incredibili storie e che, al suo termine, ha finalmente visto premiare, per la gioia dei cinefili di tutto il mondo, Paul Thomas Anderson, uno dei talenti più brillanti di una generazione di registi che ha saputo rinnovare il cinema statunitense con opere meravigliose.

Il suo “Una battaglia dopo l’altra” ha sbaragliato la concorrenza, portando a casa sei statuette, tra cui miglior film, miglior regista e miglior sceneggiatura originale. Questo risultato non è casuale, ma rappresenta solo il culmine di una carriera straordinaria. Dopo splendidi film come “The Master”, “Il filo Nascosto” e – forse il suo capolavoro – “Il petroliere”, Anderson ha firmato un’altra fantastica pellicola, con un cast perfettamente assortito, una fotografia e una regia a dire poco impeccabili e un montaggio di assoluto lusso.

Al di là dei tanti dettagli tecnici che contribuiscono a rendere il film davvero sublime, ciò che più rimane è lasua storia: storia che parla della rivoluzione come scelta di vita, che adatta in chiave contemporanea il romanzo “Vineland” di Thomas Pynchon. Il film ha tutto ciò che si può desiderare e, non a caso, in molti ne parlano già come di un futuro cult. Un lavoro, quindi, che coglie nel segno e che giustamente riceve il meritato riconoscimento anche dall’Academy of Motion Picture Arts and Sciences, responsabile di assegnare ormai da 97 anni i premi più ambiti del mondo del cinema.

I premi Oscar, però, non sempre si sono rivelati meritocratici, questo va detto, e sicuramente non sono ciò che fanno di un film un buon film. Anche per quanto concerne questa edizione, infatti, rimangono alcuni dubbi circa l’assegnazione di alcune statuette, e soprattutto riguardo le candidature, in particolare per l’esclusione dell’ultima opera di Park Chan-Wook, “No Other Choice”.

Tuttavia, in questo articolo scegliamo di guardare al bicchiere mezzo pieno. Gli Oscar hanno ancora molto peso e influenza sul pubblico meno vicino al cinema, motivo per cui quest’anno non solo si può gioire per il riconoscimento attribuito al grande Paul Thomas Anderson, e a quello che come detto è un film destinato ad essere ricordato, ma anche perchè finalmente l’Academy sembra avere riconosciuto il valore di un genere spesso sottovalutato: l’horror, potentissimo veicolo che da sempre sfrutta tutto ciò che è grottesco e terrificante per lanciare messaggi.

È l’horror il vero vincitore agli Oscar 2025?

Jordan Peele (“Scappa- Get Out”, “Us”, “Nope”), Robert Eggers (“The Witch”, “The lighthouse”, “Nosferatu”), Osgood Perkins ( “The Blackcoat’s Daughter”, “Longlegs”, “Keeper”) sono solo alcuni dei nomi che da qualche anno a questa parte dominano l’industria del cinema horror, ma sono anche alcuni dei nomi meno conosciuti dal grande pubblico.

Il motivo? La cattiva fama di cui storicamente gode l’horror. Lo spettatore medio si avvicina a questo genere sperando di rimanere spaventato, orripilato, perfino scioccato, ma nella maggior parte dei casi si ferma qui: non si chiede cosa ci sia oltre ai tanto amati jumpscare; quale sia il significato che una figura spaventosa può rappresentare; del messaggio che si cela dietro a una storia di paura. Sembra banale, ma è così: il criterio con cui la gran parte del pubblico distingue un buon horror da uno cattivo è se fa paura o meno. Ed è per questo che quando vengono proposti film come “Sinners” o “Weapons” l’opinione si divide drasticamente, tra chi scarta immediatamente le pellicole perchè “poco spaventose” e chi, invece, capendone il potenziale artistico e la forza con cui lanciano il proprio messaggio, le apprezza e le riconosce come un qualcosa di grande valore, di diverso dal banale film del terrore.

Sinners

Partiamo da “Sinners”, o in italiano “I peccatori”, uno dei film più apprezzati dall’Academy, con 16 candidature (maggior numero nella storia degli Oscar) e 4 premi tra cui miglior attore meritatamente assegnato a Michael B. Jordan e miglior sceneggiatura originale.

Il film segna il ritorno alla regia di Ryan Coogler a un progetto al di fuori dell’universo Marvel. Il regista, che fino a questo momento era un punto di domanda, dato che dopo il suo grande esordio con “Prossima fermata Fruitvale station”, ha girato il primo film della saga di Creed e i due blockbuster Marvel “Black Panther” e “Black Panther: Wakanda Forever” – lavori buoni, ma con una regia che è chiaramente da film Marvel – con “I Peccatori” ha generato sin da subito molta curiosità. Il pubblico e la critica si sono chiesti cosa sarebbe stato in grado di fare Ryan Coogler, se la ragione stava dalla parte di chi lo ha definito uno dei molti flop di Hollywood o di chi ne rivendicava il talento.

Il film prende dichiaratamente ispirazione da “Dal tramonto all’alba”, horror on the road diretto da Rodriguez e scritto da Tarantino, ma limitarla a questo sarebbe solo riduttivo. “I peccatori”, infatti, di “Dal tramonto all’alba” riprende solo la struttura: una bipartizione tra la prima frazione, costruita in modo eccellente e che lascia pensare che il film vada in una certa direzione, e la seconda sezione della pellicola, che stravolge ciò che si è visto mediante l’ingresso in scena dei vampiri. Tuttavia, qui i vampiri non sono solo semplici mostri spaventosi, ma elemento simbolico di un disegno più grande.

Il film è una critica esplicita al colonialismo e alla sua eredità culturale. Mostra come il potere coloniale abbia determinato valori e cultura della società occidentale, imponendo una religione agli occhi della quale siamo tutti “peccatori”, creando ingiustizie storiche tra cui soprattutto il razzismo ed eliminando identità e culture originarie a fronte di una standardizzazione assoluta dei valori della collettività.

La musica occupa un ruolo centrale all’interno della pellicola: il blues diventa simbolo della cultura afroamericana e, non a caso, durante il corso della storia vuole essere strappato al giovane Sammy sia dalla chiesa che dai vampiri. Questi ultimi rappresentano allegoricamente il potere coloniale, volto ad assimilare e ad eliminare le differenze, come si evince in scene splendide e significative, tra cui il canto vampiresco della ballata irlandese “Rocky Road to Dublin”, o il discorso in cui i vampiri spiegano che, dopo la definitiva eliminazione di tutte le diversità culturali, verrà formata una nuova unica comunità: “dopo avervi uccisi, avremo un paradiso qui sulla terra”.

Questa storia così potente e densa di significato viene accompagnata da una messa in scena altrettanto magistrale, una regia assolutamente splendida e una colonna sonora geniale di Ludwig Göransson.

Un film assolutamente perfetto fino all’ultima sequenza, in cui il messaggio viene elevato e rimesso direttamente al pubblico.

Weapons

Passiamo ora a parlare di “Weapons”, ultimo film di Zach Cregger, già noto per “Barbarian” (2022). Il regista, con un passato nella comicità, porta nel genere horror una visione grottesca e profondamente cinica, che porta lo spettatore a riconoscere una certa parte comica anche nelle situazioni più terrificanti. Questo punto di vista lo si può ritrovare anche in quest’ultimo suo lavoro, un’opera a dir poco originale, che, per via della sua “stranezza”, è finita per dividere il pubblico in chi l’ha ritenuto un ottimo film e chi un esperimento fallito. Anche in questo caso occorre leggere tra le righe e chiedersi cosa il film stia mettendo veramente in scena: si tratta di una semplice storia del terrore o è qualcosa di più?

Il film si apre con evento completamente inspiegabile e assurdo: una notte, 17 bambini su 18 di una classe elementare si svegliano alle 2:17 del mattino, si dirigono verso la porta di casa, la aprono e, correndo,scompaiono nel nulla. Da qui in avanti si svilupperà quello che è il vero tema della pellicola: una riflessione sull’indifferenza che contraddistingue la società contemporanea. L’indifferenza viene presentata sotto vari punti di vista, ad esempio quello dei poliziotti che indagano senza reale coinvolgimento, incapaci di comprendere la vera straordinarietà e gravità della situazione. Il tema si riflette anche nei personaggi secondari: James, tossicodipendente che scopre dove si trovano i bambini, ma che decide di collaborare solo per ottenere una ricompensa; Marcus, il preside della scuola, preferisce non agire, sperando che la situazione si calmi e che il problema si risolva da solo.

Cregger, oltre a muovere una critica nei confronti di una società unicamente orientata al proprio interesse, evidenza anche un altro aspetto: l’indifferenza nascosta dietro a un falso bonismo. Meglio non intervenire, non esporsi, non creare problemi – anche quando sarebbe necessario farlo.

La pellicola è stata premiata con l’Oscar per la miglior attrice non protagonista, vinto da Amy Madigan che,nei panni della Zia Gladys, ci ha regalato un personaggio tremendo, già diventato iconico in tutto il mondo.

Ancora una volta, un grande messaggio viene lanciato da un grande film horror, ricordandoci che un genere troppo spesso ridotto a puro intrattenimento in realtà può essere uno strumento potentissimo per raccontare la realtà.


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